venerdì 15 dicembre 2017

I migliori programmi del 2017 secondo TV GUIDE, TV GUIDE MAGAZINE ed EW


I migliori programmi del 2017 sono stati…

Secondo TV Guide (tutti i redattori): 1. The Good Place (NBC); 2. Big Little Lies (HBO); 3. The Handmaid's Tale (Hulu); 4. The Leftovers (HBO); 5. Master of None (Netflix); 6. This Is Us (NBC); 7. Last Week Tonight With John Oliver (HBO); 8. Legion (FX); 9. Better Call Saul (AMC); 10. Stranger Things (Netflix). E per le altre posizioni (fino alla 25), si veda qui.

Secondo Matt Roush di TV Guide Magazine sono: 1. The Handmaid's Tale (Hulu); 2. Game of Thrones (HBO); 3. FEUD: Bette and Joan (FX); 4. The Vietnam War (PBS); 5.Ozark (Netflix); 6. Master of None (Netflix); 7. Downward Dog (ABC); 8. Big Little Lies (HBO); 9. This Is Us (NBC); 10.The Middle (ABC).


Secondo Darren French di Entertainment Weekly: 1. GLOW (Netflix); 2. Twin Peaks (Showtime); 3. Big Little Lies (HBO); 4. The Good Place (NBC); 5. Rick and Morty (Adult Swim); 6. Insecure (HBO); 7. The Handmaid's Tale (Hulu); 8. DuckTales (Disney XD); 9. American Crime (ABC); 10. Mr. Robot (USA). Per le ragioni delle scelte e per la lista dei peggiori, si veda qui

lunedì 11 dicembre 2017

GOLDEN GLOBE 2018: le nomination



Sono state annunciate le nomination per i 75esimi Golden Globe, premi della stampa straniera presente ad Hollywood, che verranno consegnati in una cerimonia il 7 gennaio 2018.
Di seguito trovate quelle per le categorie televisive:


Miglior serie TV - Drama

The Crown
Game of Thrones
The Handmaid's Tale
Stranger Things
This Is Us

Miglior performance di un’attrice in una serie TV – Drama

Caitriona Balfe, "Outlander"
Claire Foy, "The Crown"
Maggie Gyllenhaal, "The Deuce"
Katherine Langford, "13 Reasons Why"
Elisabeth Moss, "The Handmaid's Tale"

Miglior performance di un attore in una serie TV – Drama

Sterling K. Brown, "This is Us"
Freddie Highmore, "The Good Doctor"
Bob Odenkirk, "Better Call Saul"
Liev Schreiber, "Ray Donovan"
Jason Bateman, "Ozark"

Miglior serie TV - Musical o Comedy

Black-ish
The Marvelous Mrs. Maisel
Master of None
SMILF
Will & Grace

Miglior performance di un attore in una serie TV - Musical o Comedy

Anthony Anderson, "Black-ish"
Aziz Ansari "Master of None"
Kevin Bacon, "I Love Dick"
William H. Macy, "Shameless"
Eric McCormack, "Will and Grace"

Miglior performance di un’attrice in una serie TV - Musical o Comedy

Pamela Adlon, "Better Things"
Alison Brie, "Glow"
Issa Rae, "Insecure"
Rachel Brosnahan, "The Marvelous Mrs. Maisel"
Frankie Shaw, "SMILF"

Limited Series o Film per la TV  

"Big Little Lies"
"Fargo"
"Feud: Bette and Joan"
"The Sinner"
"Top of the Lake: China Girl"

Miglior  Performance di un attore in una Limited Series o Film per la TV
Robert De Niro, "The Wizard of Lies"
Jude Law, "The Young Pope"
Kyle MacLachlan, "Twin Peaks"
Ewan McGregor, "Fargo"
Geoffrey Rush, "Genius"

Miglior  Performance di un’attrice in una Limited Series o Film per la TV

Jessica Biel, "The Sinner"
Nicole Kidman, "Big Little Lies"
Jessica Lange, "Feud: Bette and Joan"
Susan Sarandon, "Feud: Bette and Joan"
Reese Witherspoon, "Big Little Lies"

Miglior  Performance di un attore non protagonista  in una Limited Series o Film per la TV

Alfred Molina, "Feud"
Alexander Skarsgard, "Big Little Lies"
David Thewlis, "Fargo"
David Harbour, "Stranger Things"
Christian Slater, "Mr. Robot"

Miglior  Performance di un’attrice non protagonista in una Limited Series o Film per la TV

Laura Dern, "Big Little Lies"
Ann Dowd, "The Handmaid's Tale"
Chrissy Metz, "This is Us"
Michelle Pfeiffer, "The Wizard of Lies"
Shailene Woodley, "Big Little Lies"


Per la lista completa dei nominati (che comprende il cinema), si veda qui

venerdì 8 dicembre 2017

I 10 programmi dell'anno secondo l'AFI


L’American Film Insitute (AFI) ogni anno premia i programmi televisivi e i film che ritiene culturalmente e artisticamente più significativi, ed è l’unica “onorificenza” che dà un riconoscimento ai team creativi dell’intrattenimento nel loro complesso, come modo di riconoscere la natura collaborativa di questa forma d’arte.
I programmi televisivi del’anno per il 2017 sono stati valutati, in ordine alfabetico:

Big Little Lies
The Crown
Feud: Bette and Joan
Game of Thrones
The Good Place
The Handmaid's Tale
Insecure
Master of None
Stranger Things 2
This is Us

L’AFI Special Award è invece andato a: The Vietnam War.

L’elenco dei film giudicati più meritevoli si può trovare qui

mercoledì 6 dicembre 2017

THE STATE: cittadini britannici si uniscono allo Stato Islamico


Non è una visione facile quella The State, il drama in 4 puntate del canale inglese Channel 4, perché mostra una realtà distopica che  purtroppo non è uno scenario di fantasia. Ma se non ci si limita alla prima puntata, e si seguono i percorsi dei personaggi fino alla fine, la visione di questa creazione di Peter Kosminsky (Wolf Hall) è appagante e rivelatoria.

Siamo nel 2015 e alcuni cittadini britannici musulmani decidono di trasferirsi nella città siriana di Raqqa per unirsi al al-Dawla al-Islāmiyya, ovvero allo Stato Islamico. Jalal (Sam Otto) lo fa per seguire le orme del fratello che pensa sia stato un martire della causa, ma poi scopre una realtà diversa (che illustra come la verità sia molto più complessa); con lui va anche il suo amico Ziyad (Ryan McKen);  l'adolescente Ushna (Shavani Cameron) sogna di diventare “una leonessa fra leoni”; la dottoressa Shakira (una eccellente Ony Uhiara), madre single del giovane Issac, crede nella causa, e spera di poter usare sul campo le proprie capacità mediche. Le è stato detto che poteva farlo, finché Umm Walid (Jessica Gunning), la convertita americana che riceve le donne e che chiama tutti “tesoro”, non le esplicita che in realtà dipenderà dal volere del suo futuro marito, a cui sarà sottomessa.

Nella prima puntata vediamo i protagonisti passare il confine dal sud-est della Turchia, e venire accolti. Vengono subito spiegate loro le regole: vengono fotografati, non possono usare il telefono, le donne devono rimanere sempre interamente coperte tranne gli occhi in presenza di uomini (possono essere se stesse solo quando sono in compagnia di altre donne), non possono rimanere single quindi devono cercarsi presto un uomo, che dal canto suo può avere più di una moglie. Seguono l’addestramento e la preparazione, e l’indottrinamento, con roghi di libri e spari di mitra. Si impara che diventare un dunyah, un martire, è desiderabile - e le donne al cui marito tocca questa sorte vengono fatte le congratulazioni, oltre che consegnata una somma di denaro. Lo scopo ultimo è quello di provocare l’Occidente perché solo nell’“ora più nera” loro potranno prevalere. Alle donne viene detto che il loro compito non è in prima linea, osservando, senza ironia, che “che cosa potete fare che gli uomini non possano fare meglio?” (1.01). Il pilot si chiude con il giuramento dei nuovi arrivati, con un’aria quasi di festa per le “sorelle” fra loro e i “fratelli” fra loro. Da qui in poi c’è una cruda quotidianità di brutalità e orrori che fanno vedere la causa per quella che è, mostrando la de-umanizzazione in atto, e portando al crollo delle illusioni per ciascuno di loro.

Il primo elemento da notare è che i protagonisti principali (Jalal, Ushna e Shakira) sono mostrati non come mostri ma come persone “normali”, umane. Le caratterizzazioni di ciascuno sono estremamente tridimensionali. Una critica che è stata mossa, fondata, è che si scava poco sulle ragioni che li hanno spinti a fare quella scelta così drastica. Un elemento in comune è un rapporto abbastanza lasso con la propria fede perché, a quanto riporta l’autore, gli studi mostrano che più profonde sono la conoscenza e la comprensione dell’Islam, meno probabile è che le persone intraprendano questo tipo di viaggio. Quello che li spinge è più il senso di isolamento che vivono nella propria vita, la mancanza di una comunità dedicata a una causa che trovano qui (RadioTimes) E ricerca gli autori ne hanno fatta molta per questa serie: il team ha trascorso 18 mesi di indagine meticolosa per ricostruire la vita degli jihadisti britannici e delle donne del Califfato, incluso parlare con persone che la scelta di andare (e tornare) l’hanno fatta sul serio nella vita.   

Uno degli aspetti più pregnanti e autoevidenti è quello della misoginia: intensa, obliqua, pervasiva, reiterata, nel domestico e nel sociale, nel microscopico e nel macroscopico. Viene in mente in parallelo The Handmaid’s Tale in più di un’occasione. E si mostra in modo molto chiaro come per perpetuare questa concezione sia necessaria la collaborazione delle donne stesse. Sono loro le prime a condannare le altre donne, se una ha il velo troppo corto, o il vestito troppo aderente  o se sono in un luogo pubblico senza il proprio muharam, il proprio guardiano maschio (1.02). E una persona da sola non fa molto, perché anche l’educazione dei figli è sottratta alle madri e non possono essere al comando di quello che accade loro (come succede con Shakira e Isaac e il percorso del piccolo). Gli uomini che provano a contrastare questo paradigma, la pagano personalmente in modo molto caro (il dottor Rabia, il farmacista Sayed, Jalal).      

Le realtà che vengono mostrare, in modo più o meno diretto, oltre a quella della repressione delle donne, sono molte: decapitazione, fustigazione, stupro, schiavitù sessuale, bombardamenti suicidi, omicidi, persecuzioni, poligamia, bambini soldato, omofobia, indottrinazione, tortura, pedofilia, video terroristici dell’Isis, lavaggio del cervello, intimidazioni, segregazione di gender... Le crudeltà non mancano, ma la telecamera non vi indugia. Ci sono momenti di umanità (il medico che Shakira vuole sposare, la schiava e la sua bimba che Jalal compra per evitare loro di peggio, il proprietario del negozio che ha fatto scappare la moglie…). Sono piccole oasi nel deserto. Per capire quanto agghiacciante sia quel mondo, (ATTENZIONE SPOILER)  basta vedere i combattenti dell’ISIS che comprano schiave sessuali fra le prigioniere come da un mercato del bestiame (1.03), o una stanza piena di cadaveri di donne stuprate e mutilate, coperte da grandi lenzuoli, ma scoperte solo per far intravedere l’orrore, o sentire che a Shakira viene chiesto di asportare per il trapianto entrambi i reni dei nemici feriti in battaglia (1.03), o  basta in fondo anche solo l’immagine di un gruppo di ragazzini di poco più di 10 anni che giocano a pallone (1.04), e la palla è la testa di un uomo appena decapitato, sul cui corpo alcuni compagni si scagliano col pugnale.     
Diversi termini arabi vengono lasciati in originale e in sovrimpressione appare la parola con l’equivalente significato in inglese, un po’ come si farebbe in un libro che ha una legenda alla fine. Una bella scelta perché aiuta a creare un mondo a parte, permettendo allo spettatore di capire.

Il Daily Mail ha accusato la serie di glorificare l’Isis, definendo la serie veleno e accostandola ai film di reclutamento nazista degli anni ’30, e in qualche modo colpevolizzandola di giustificare l’estremismo, ma questa è tutt’altro che un’apologia, semmai l’impatto delle barbarie mostrate ha un valore deterrente. Ci sono delle scene che sono effettiva propaganda dello Stato Islamico, ma è evidente che serve a dare una rappresentazione realistica, come nota ben impressionato Charlie Winter, ricercatore senior al Centro Internazionale per gli Studi sulla Radicalizzazione del King’s College a Londra (The Guardian). Che i foreign fighters che seguiamo si siano uniti a una setta che promuove la morte è dolorosamente lampante.

La serie è per ora inedita in Italia.   

domenica 26 novembre 2017

GLOW: le Grandiose Lottatrici del Wrestling


Ideata da Liz Flahive (Nurse Jackie) e Carly Mensch (Weeds, Nurse Jackie, Orange is the New Black) per Netflix, e ambientata a Los Angeles negli anni ’80, GLOW sta per “Gorgeous Ladies of Wrestling”, ovvero, in italiano, le Grandiose Lottatrici del Wrestling, e re-immagina la messa in scena di quella che era una effettiva trasmissione televisiva dell’epoca con quel titolo.

Ruth Wilder (Alison Brie, Community, Mad Men) è un’attrice che non riesce a trovare un ingaggio perché immancabilmente non rispecchia il genere di donna che cercano – nella primissima scena la vediamo fingere (capiremo poi) di sbagliare ruolo in un’audizione e leggere così la parte maschile, perché il ruolo femminile è limitato a poche battute di servizio. Incappa in un regista di film di serie-B che aspira alla fama, Sam Sylva  - Marc Maron in un ruolo che, come è stato giustamente osservato, gli calza a pennello più di quando interpreta se stesso. Per finanziare il suo prossimo progetto intende realizzare uno spettacolo di wrestling al femminile, ingaggiato da un giovane ricco appassionato, Bash (Chris Lowell). Al casting call si presentano donne di ogni forma e misura, diverse delle quali faticano a trovare una collocazione perché appunto è difficile inquadrarle.

Sylva assume presto anche Debbie Egan (Betty Gilpin, Masters of Sex), un’attrice diventata famosa per un ruolo in una soap opera. Ruth e Debbie sono amiche, ma questo cambia quando quest’ultima, che ha appena avuto un bambino, scopre che l’altra ha avuto una relazione con il marito Mark (Rich Sommer, Mad Men). L’ostilità trova sfogo sul ring quando assumono, costruendoli progressivamente, i propri ruoli di scena, diventando rispettivamente Liberty Belle (Debbie) e Zoya the Destroya (Ruth), significanti dello scontro USA-Russia. Presto tutte le donne selezionate devono imparare le regole e le mosse di questo uno sport-spettacolo, e incominciano a conoscersi: Carmen “Machu Picchu” Wade (Britney Young), che proviene da una famiglia di lottatori di wrestling professionisti, aspira anche lei ad esibirsi, ma ha molta paura del pubblico; Cherry “Junkchain” Bang (Sydelle Noel), un’attrice che ha un passato personale e professionale con Sam; Sheila, la “donna lupo” (Gayle Rankin); Rhonda “Britannica” (come l’enciclopedia) Richardson (Kate Nash), la “donna più intelligente del mondo”, inglese e pronta a colpire le avversarie con un libro; Arthie “Beirut the Mad Bomber” Premkumar (Sunita Mani), costretta suo malgrado a un ruolo di terrorista; Tammé “la regina del Welfare” Dawson (Kia Stevens, una wrestler nella vita reale), maschera della nera che vive di sussidi pubblici dell’era Reagan… Il ring diventa una sorta di “luogo sacro” dove si scontrano ideali diversi.

Essendo neofite, non guasta che al’inizio siano terribili nelle mosse che devono svolgere. E i personaggi, insieme al pubblico, apprendono quanto c’è di finto e quanto c’è di vero, e le modalità narrative di questo sport – “È una soap opera!” esclama Debbie in un momento “eureka”, cogliendo in pieno i parallelismi sottostanti ai due generi. Nei costumi e nell’atteggiamento, incarnano dei personaggi che sono l’amplificazione di archetipi, sbattuti in faccia senza pudore. È quasi una Commedia dell’Arte con gusto camp. E le lottatrici, spinte nei propri ruoli verso stereotipi esasperati, scoprono al contempo se stesse, gli spazi in cui il mondo vorrebbe incasellarle e, ad un tempo, la forza intrinseca di queste semplificazioni e la necessità di liberarsene. Nessuno spera di fare grande arte, c’è una certa disillusione in questo senso, ma nemmeno si guarda il genere dall’alto in basso con la puzza sotto il naso. E la serie riesce a tratteggiare un’umanità piena di vulnerabilità e coraggio che cerca, e trova, il suo riscatto.

Fuori da Ruth, Debbie e Sam, gli altri personaggi sono un po’ di contorno, anche se alcune lottatrici vengono abbozzate e c’è il potenziale di svilupparle in tempi successivi, un po’ alla Orange is the New Black – non è un caso che produttrice esecutiva sia la stessa di quella serie, Jenji Kohan (in proposito vale la pena ascoltare la puntata che la riguarda di WTF, il podcast di Marc Maron, ovvero quella del 26 giugno 2017). Per la prima volta, che mi risulti, si mostra un personaggio, Sheila, che identifica se stessa, nella vita, con un animale, un lupo. Ci si commuove nel vedere la sua riconoscenza (1.04) quando, in seguito a uno screzio collegato al fatto che devono condividere una camera di un motel, Ruth si rivolge a lei considerandola, in un certo qual modo, una lupa.   

A mettere in moto le vicende è in fondo un’amicizia tradita ed è questa sotto i riflettori primariamente, con le ripercussioni delle scelte fatte e la difficoltà delle amiche di parlarsi. Ruth deve anche fare i conti – ATTENZIONE SPOILER - con una gravidanza indesiderata e la decisione nel suo caso è “facile da prendere” (1.08): le autrici hanno lavorato con Planned Parenthood, l’organizzazione no-profit che si occupa di salute riproduttiva negli Stati Uniti e globalmente, per far sì che l’aborto sicuro e legale, un tema caldo come non mai nel dibattito politico americano, fosse rappresentato in modo accurato.

Anche se non si è fan del wrestling, è facile entrare in questo mondo di donne “non convenzionali” che, anche se speravano di sfondare in modi diversi, cercano una propria posizione nella vita da cui poter brillare. Ci si affeziona a loro con facilità.

domenica 19 novembre 2017

THE 100: la seconda stagione


La seconda stagione di The 100 (della CW, su Netflix) – qui avevo parlato della prima -  ha visto una serie già buona crescere ancora di più, e affrontare temi forti. La trama è serrata e gli eventi sono dettagliatamente costruiti e incalzanti; chi vuole per forza che “accada” qualcosa, non si annoia di certo. Ci sono combattimenti, viaggi, alleanze, pericoli. Allo stesso tempo, c’è ampio spazio per meditazioni più dense.

La spina dorsale di quest’arco è stata legata a Mount Weather: gli uomini della montagna non sono altro che gli esseri umani rimasti sul pianeta e rifugiatisi nel sottosuolo. Loro preservano la civiltà così come la conoscevamo prima della catastrofe nucleare che ha distrutto la Terra, con la sua arte e cultura  - il loro presidente, con l’hobby della pittura, custodisce alcuni dei classici, come la Notte Stellata di Van Ghogh. La loro dannazione è che non possono tornare in superficie, ormai incapaci di reggere le radiazioni. La sola cosa che li aiuti, in caso di contaminazione, sono le trasfusioni di sangue (o poi il midollo osseo per una cura più permanente) del “popolo degli alberi”, ovvero i Terresti,  guidati da Lexa (Alycia Debnam Carey), e del “popolo del cielo”, ovvero quelli dell’Arca, guidati dalla nostra eroina Clarke (Eliza Taylor). Le due donne si coalizzano per salvare le proprie genti e le lotte fra le diverse fazioni costituiscono il fulcro centrale della narrazione. Si arriva a una tragica conclusione, con una chiusura che, come avvenuto alla fine della prima stagione, si apre mettendo le basi per una prossima, con un apparente nuovo cambio di prospettiva, con Jaha (Isaiah Washington) e Murphy (Richard Harmon) che, staccati dagli altri, fanno scoperte inaspettate alla fine del loro viaggio verso la promessa “Città della Luce”   

Fra battaglie e alleanze, si è riflettuto principalmente su che cosa significhi essere dei leader, che tipo di rinunce comporti, e a che cosa si debba dare valore, in particolare con Clarke, che deve imparare a capire chi e che cosa è necessario sacrificare, sia da un punto di vista personale che politico-sociale per le sue genti, per uscire vincitrice. Prende decisioni impopolari e sbagliate anche, e il suo sforzo di essere dalla parte “dei buoni” fa approdare alla conclusione che buoni e cattivi non esistono, come è evidente nella storia di molti dei protagonisti, uno per tutti Finn (Thomas McDonell). Che cosa significhi sopravvivere e che cosa sia importante nella vita è stato un altro dei temi forti: dall’importanza della resistenza (inevitabile pensare al nazismo e agli ebrei in alcuni passaggi), con un personaggio come Maya (Ever Harlow), o dell’addestrarsi per la battaglia, una via scelta da Octavia (Maria Avgeropoulos), o del far sì che non significhi solo salvare la pelle. Come guardiamo e trattiamo gli altri è pure stato oggetto di attenzione - dagli esseri umani in gabbia come cavie e usati contro il proprio volere per i propri scopi, alle diversità culturali fra i diversi popoli che devono imparare a conoscersi e a comunicare quando partono da premesse filosofiche diverse. Sono sempre molti i compromessi morali a cui sono costretti i personaggi, e suonano realistici: le scelte fatte e le loro conseguenze sono sempre in primo piano.

Bellamy (Bob Morley), Jasper (Devon Bostick), Monty (Christopher Larkin), Raven (Lindsey Morgan), Abby (Paige Turco), Marcus (Henry Ian Cusick), Lincon (Ricky Whittle)... davvero in questo programma di Jason Rothenberg c’è come non mai un lavoro di ensemble.

venerdì 10 novembre 2017

ATYPICAL: sesso, amore, autismo


Cresce notevolmente dopo il pilot la serie Atypical, ideata da Robia Rashid (The Goldbergs) per Netflix, che racconta la scoperta dell’amore e del sesso di un diciottenne, Sam Gardner (interpretato con acume, tenerezza e humor da Keir Gilchrist), che è nello spettro del’autismo ed è altamente funzionante.

Sam è uno studente di liceo che ha una grande passione per l’Antartide e i pinguini – la serie era conosciuta originariamente come Antarctica, e questa regione si presta in modo evidente come metafora della condizione del personaggio. La sua vita si svolge fra la scuola, dove ad aiutarlo e proteggerlo c’è la sorella minore Casey (Brigette Lundy-Paine), una promessa della corsa sportiva,  il lavoro da Techtropolis (una sorta di Mediaworld o Trony), e le sedute con la psicologa, Julia Sasaki (Amy Okuda), per la quale sviluppa presto una cotta. A casa è da sempre stato il centro dell’universo della madre Elsa (Jannifer Jason Leigh), mentre il padre Doug (Michael Rapaport) non è mai riuscito ad accettare fino in  fondo le difficoltà del figlio.

Frizzante e leggero, questo dramedy di primo acchito non convince del tutto perché presenta un personaggio principale che è una collezione stereotipata di criteri diagnostici dell’autismo, e le scene fra i genitori sono troppo forzate nell’essere una sorta di spiegazione riassuntiva di quanto avvenuto fino ad allora (mentre il rapporto con la sorella è più genuino). Però è una rarità vedere una famiglia mostrata in medias res, ovvero non al momento della scoperta della situazione, ma quando ormai è un pezzo che la vive e con il passare delle puntate si guadagna in spessore. ATTENZIONE SPOILER. Sebbene non vengano mostrati magari i danni in autostima sul ragazzo di una madre iper-controllante (un tropo in questo genere di situazioni), la si comprende di fronte a un padre che quando il momento si è fatto duro è sparito. Che, ora che il figlio è più grande, trovi una valvola di sfogo in una relazione extra-coniugale con il barista Nick (Raúl Castillo, Looking) ha senso. Sotto questo profilo i personaggi appaiono via via più tridimensionali e umani.

Se è vero che quello messo in scena è un caso troppo “da manuale”, è anche vero che si vuole insegnare un po’ l’ABC di quella che, viene detto, “è una patologia neurologica, non una malattia curabile” (1.04) spiegando ad esempio, attraverso un gruppo di supporto a cui si rivolge la madre, che non si dice “autistico”, ma si cerca una formulazione che faccia venire la persona prima della diagnosi, così come ci si esprime in termini di “neuro tipici” e “neuro atipici”. Sono aspetti molto di base che, per chi non ha familiarità con la questione, sono comunque essenziali.

L’obiettivo sembra poi essere quello di mostrare che tutte le relazioni sentimentali sono difficili e motivo di confusione su come sarebbe meglio comportarsi in assenza di regole chiare e di molte ambiguità comunicative. Chi ha problemi di autismo ha sicuramente difficoltà in più, ma anche gli altri prendono molte cantonate e commettono errori. Questo si vede dal rapporto fra i genitori del protagonista, ma anche da quello della psicologa che va in crisi con il fidanzato per via di un fraintendimento causato involontariamente proprio da Sam, così come dal nascente amore fra Casey ed Evan (Graham Rogers, Quantico). E se Sam è particolarmente imbranato e maleducato con la sua “ragazza per far pratica”, Paige (Jenna Boyd), non è solo perché ha problemi neurologici, ma anche perché è una adolescente che riceve consigli da un altro adolescente che si crede un grande amatore, l’amico Zahid (Nik Dodani), il classico nerd asiatico, evidentemente scritto a fini umoristici.     

Persone nello spettro dell’autismo hanno valutato offensiva la rappresentazione fatta. Sebbene gli autori abbiano “fatto i compiti” – hanno avuto come consulente Michele Dean, che ha lavorato per il Centro per la Ricerca e il Trattamento dell’Autismo alla California State University (Paste) - , l’assenza di qualcuno fra di loro che viva effettivamente questa realtà è stata rimproverata, e i comportamenti del protagonista nelle diverse situazioni in cui è stato messo sono state giudicate “violente, viscide, crudeli e fanno sembrare il personaggio autistico un mostro. Quando il programma poi cambia marcia per farci sentire tristi per Sam, la caratterizzazione diventa ancora più offensiva. Sostenere che coloro che hanno patologie neurologiche non dovrebbero essere ritenute responsabili di ferire gli altri è tanto paternalistico quanto socialmente irresponsabile”. (Salon) Raccolgo queste osservazioni, che venendo da persone direttamente interessate ha più peso di altre, ma ammetto di non aver avuto la stessa percezione, forse perché ho letto la narrazione in un registro decisamente più umoristico. È vero poi che Sam è apparso molto duro, ma non mi è capitato di sentirmi triste per lui (semmai per chi lo circondava), né di credere che i suoi comportamenti lo esimevano da eventuali responsabilità. Forse, non soffrendo io di questo genere di problemi, non sono in grado di vedere l’offensività di alcune rappresentazioni, e questo è eventualmente un mio limite.   

venerdì 3 novembre 2017

MASTER OF NONE: la seconda stagione


La seconda stagione di Master of None si apre con il protagonista Dev (Aziz Ansari) che, dopo la rottura con la fidanzata Rachel (Noël Wells), si è trasferito per qualche tempo in Italia per imparare a fare la pasta. Qui incontra Francesca (Alessandra Mastronardi) - che lavora nel pastificio della nonna, e sta con Pino (Riccardo Scamarcio) – che in seguito lo raggiunge a New York per un breve periodo. La costruzione narrativa è su due archi, quello professionale, con Dev che diventa il conduttore del gioco “Clash of the Cupcakes”, ma che poi cerca altro perché quello lo stimola troppo poco, e quello personale, con l’irrompere nella sua vita di Francesca.

Allo stesso tempo, caratteristica apprezzata in un momento in cui diversi lamentano che troppa televisione rischia di diventare cinema dilatato, si mantiene forte anche l’identità episodica, con puntate universalmente celebrate come “New York, I Love You” (2.06), una serie di cartoline da New York che ci danno uno spaccato della città attraverso  segmenti di personaggi che mai avevamo visto e mai vedremo più (compresa una coppa sorda che parla solo in lingua dei segni) e con i protagonisti praticamente assenti,  e come “Thanksgiving” (2.08), che racconta attraverso le cene del ringraziamento nel corso di trenta anni la storia di coming out di Denise (Lena Waithe, che l’ha scritta insieme ad Ansari). Quest’ultima puntata, nominata anche all’Emmy per la miglior sceneggiatura, fa ripensare all’episodio 1.06 di “Cucumber”, con cui ci sono alcuni punti di contatto (specificatamente il coming out del protagonista con i familiari, e il loro ammorbidirsi nel tempo, e il rivisitarli più volte in momenti diversi nel corso della vita).

La serie non ha timore di sperimentare – “The Thief” (2.01) è in bianco e nero ed è un homage a Ladri di Biciclette di De Sica (si veda qui un video in cui sono messi a confronto); “Le Nozze” (2.02) è ambientata in Italia; “Religion” parla di cultura islamica e tradizione… - e, avendo casa su Netflix, può permettersi il lusso di avere episodi di durate diverse.

Il tema fondante di questa stagione è quello della solitudine, di quanto sia difficile trovare qualcuno con cui avere un’intesa vera, e del dolore di trovarsi innamorati di qualcuno che non è disponibile. L’arco che vede coinvolti Dev e Francesca è molto romantico, fatto di momenti dolci e intensi, casuali e significavi allo stesso tempo; la tensione erotico-sentimentale è palpabile. Si percepisce che si tratta in qualche modo di una relazione inevitabile, al di fuori dell’autentico controllo dei coinvolti, sul piano emozionale, ma sul piano dei comportamenti si rimane incerti sempre se sia la strada giusta da percorrere o meno, se sia corretto perseguire quella relazione o meno. Francesca non sa se mandare a monte tutta la sua vita, Dev non sa fino a che punto spingersi in considerazione del fatto che lei è impegnata. È amore romantico autentico e reale, nel senso che trascina come le grandi storie d’amore, ma è ancorato dai dubbi e gli ostacoli della vita reale. Non c’è favola qui, c’è la tenerezza della vita vera. Si è profondi e personali. Il finale (2.10) rimane ambiguo, perché difficile è interpretarlo – è una fantasia, un sogno, la realtà? Potremmo anche non saperlo mai, perché una terza stagione non è per il momento in programma. Non è completamente fuori questione, ma il se e il quando sono tutti da stabilire.

È stato acutamente osservato (Pop Culture Happy Hour) come il programma sia molto interessato alle forze universali che avvicinano le persone (come il cibo o l’amicizia) e come si possa ravvisare una sorta di “empatia radicale” – un anti-Woody Allen è stato definito – nell’essere amorevoli e umani guardando gli altri e nell’essere interessati alle prospettive degli altri. Un altro punto di forza deriva dall’essere culturalmente molto specifici.

Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, suona strano sentir definire Modena un “paesino” (little village), e sicuramente c’è un po’ la tendenza tipicamente americana di guardare allo stivale con le lenti nostalgiche del passato, ma molto meno che altrove. Per fortuna si evitano stereotipi eccessivi (anche se Wired.it sembra pensarla in modo contrario), puntando piuttosto a riferimenti dotti, come il sopracitato Ladri di Biciclette, ma anche La Notte e L’Avventura e L’Eclisse di Antonioni, La Dolce Vita e 8 e ½ di Fellini -  per una guida più dettagliata ai riferimenti ai classici del grande schermo nostrano, all’interno della serie, si veda qui. I titoli citati, meno L’Eclisse e più Amarcord, sono proprio accatastati uno sull’altro, come DVD, sul comodino del protagonista nella prima puntata, e si direbbe posizionati nell’ordine in cui vengono rievocati. Ovviamente non è casuale. Gli stessi titoli delle puntate, in originale, sono in italiano, come “Amarsi un po’” (2.09) e “La Notte” (2.10).

Firmata da Aziz Ansari e Alan Yang, Master of None mescola liricismo, commento culturale e leggerezza, con tocchi tanto densi quanto apparentemente ineffabili.  

giovedì 26 ottobre 2017

VICTORIA: una serie "alla Sissi"


Mi ha lasciato la sensazione che trasmettevano i vecchi film sulla principessa Sissi, la prima stagione della serie britannica Victoria (ITV, su LaEffe in Italia), sulla regina inglese che ha definito un’epoca regnando per quasi 64 anni. Alla stessa maniera infatti, si è storicamente accurati (pur con qualche licenza poetica) – la serie di avvale della consulenza storica di AN Wilson che ne ha scritto una biografia e l’ideatrice Daisy Goodwin si è basata sui numerosi diari autografi della regina -, ma allo stesso tempo il tono della narrazione ha un che di favolistico e romantico. È un mescolanza di Downton Abbey e The Crown.

Le vicende prendono il via dal momento in cui la diciottenne Alexandrina Victoria (Drina per i familiari), che sarà incoronata con il nome di Vittoria (Jenna Coleman, Doctor Who), diventa erede al trono a seguito del decesso dello zio paterno re William e, nelle 8 puntate del primo arco, la si vede imparare i rudimenti del nuovo ruolo guidata da Lord Melbourne (un sottile, magistrale Rufus Sewell, The Man in the High Castle), per cui ha un’infatuazione (esagerata nella finzione, si dice), e innamorasi del cugino coetaneo il principe Albert (Tom Hughes), fino alla nascita della sua prima figlia.

Quello che rende affascinante la serie è che si mostra la crescita di una giovane donna che era sicuramente impreparata a fare da monarca  - come in The Crown, si sottolinea la sua ignoranza rispetto a molti aspetti della vita, il distacco dalla realtà dei suoi sudditi, il peso metaforico della corona, pur nella preparazione costituzionale (le fanno studiare i commentari di Blackstone, ben noti tuttora agli studenti di giurisprudenza che fanno studi transnazionali); allo stesso tempo si fa capire che non è solo fortuna a farla sedere su quel seggio regale, ma anche determinazione, diplomazia e scaltrezza, di fronte ai molti tentativi di sminuirla (fosse anche solo deridendo la sua bassa statura), di metterla di parte, di farla passare per folle anche, se necessario.

Davvero notevole, e inusuale da vedere, quando invece della vita l’ho incontrato molte volte, è il reiterato sottolineare la sua paura per il parto. Se è ragionevole tuttora quel genere di timore, quanto più doveva esserlo in un’epoca in cui la morte per parto era all’ordine del giorno. La cugina, è stato ripetuto da più parti e dai lei stessa, è morta proprio in circostanze simili e lei manifesta in più di una occasione i suoi timori, tanto più che molti altri non aspettano altro. Si sviscera questa possibilità nelle sue implicazioni politiche, con le discussioni anche in parlamento della necessità di un reggente che sostituisca il neonato fino alla maggiore età, nel caso di scomparsa di Sua Maestà; e si esamina la questione da un punto di vista personale: lei è giovane, sana, innamorata, da poco regina e non ha nessun desiderio di morire, ma è costretta a tenere a bada gli avvoltoi che girano a corte e a prendere comunque in considerazione la propria eventuale scomparsa in modo pragmatico.

La serie si fonda appunto su effettivi dati storici – il difficile rapporto con la madre; l’aver costretto ad una visita ginecologica Lady Flora, una delle dame di compagnia della madre, accusandola di una relazione con Sir John Conroy (Paul Rhys), da lei odiato, e di esserne rimasta incinta, quando lei aveva in realtà un tumore; la sua riluttanza a rinunciare alle dame di compagnia da lei volute invece di quelle suggerite da sir Robert Peel, del partito Tory, nel momento in cui gli era stata proposta la carica di primo ministro; l’atteggiamento nei confronti del principe Albert visto con sospetto perché tedesco; l’attentato alla sua vita mentre era incinta…- ed è visivamente molto curata e sensuale. C’è ampio spazio comunque per quotidianità immaginate della vita a Buckingham Palace, compresa una storia secondaria dell’attrazione fra la sua guardarobiera e il pasticcere di corte.

Confermata per una seconda stagione, la serie, leggera e appagante, è previsto che ne abbia sei, anche se non è chiaro se sarà sempre la stessa interprete a dare il volto alla regina Vittoria.


giovedì 19 ottobre 2017

ORPHAN BLACK termina: essere sorelle


“Questo è quello per cui abbiamo combattuto: essere sorelle”. Questa frase della series finale (5.10) di Orphan Black custodisce il senso di un programma che, con una chiusura molto catartica e ottimista, ha lasciato agli spettatori una positiva eredità femminista, perché “il futuro è femmina”, come si è reiterato in più occasioni nella quinta stagione, le cui puntate hanno titoli che sono citazioni della poesia “Protest” di Ella Wheeler Wilcox. Già in passato – si veda questo mio post – si notava la modalità della serie di usare come titoli citazioni da una fonte autoriale specifica ogni volta diversa.

I cloni del progetto Leda, si è rivelato nell’ultima puntata - che ce ne ha fatta conoscere direttamente un’altra (con una sempre sorprendente Tatiana Maslany -, erano ben 274. Felix (Jordan Gavaris), in occasione di una sua mostra che ritraeva le diverse sorelle, ha fornito meta-testualmente egli stesso una ermeneutica di quanto abbiano visto: la personalità e l’identità sono un costrutto sociale. Attraverso questa “costellazione di donne”, come le ha definite lui, e attraverso una trama fitta e densa, molto più stringente di quanto non sia la norma di questi tempi, si sono esplorati moltissimi temi, in primis quello sulla ricerca scientifica e la sperimentazione e la loro etica, sull’autonomia e sulla libertà (particolarmente forti in questa stagione), sulla maternità e sulla famiglia, sull’identità e sull’umanità, sulle scelte di vita e sulla felicità.

E se è vero che Orphan Black è un’utopia femminista (The Guardian) e l’eredità che ci lascia è il suo matriarcato (Paste Magazine), è rassicurante anche vedere che nella concezione degli ideatori Graeme Manson e John Fawcett questo è un lascito che non significa mettere da parte gli uomini, ma li include. Nella dissoluzione di Westmorland (incarnazione del patriarcato) e dei Neoluzionisti che volevano controllare le vite delle “sestras”, quest’ultime sono state affiancate da uomini “veri”: così li definisce Helena quando decide di chiamare i bimbi maschi che ha appena partorito con i nomi di Arthur e Donnie. È significativo qui trovare un messaggio che non vede l’annichilamento maschile nel progresso di parità femminile. Come ha ben scritto Abigail Chadler (The Guardian), “da Scott, il geek del laboratorio, a Ira, il più gentile dei cloni Castor, Orphan Black ha mostrato che gli uomini da ammirare di più non solo quelli che cercano di essere all’altezza dell’idea tossica di mascolinità, ma quelli che rispettano le persone che li circondano”. E come ribadisce Jacob Oller (Paste Magazine) il lascito spirituale della serie non sta tanto nella fantascienza, ma nella scienza sociale, nel mettere in scena “una cultura in cui le donne dominano nella tecnologia, nella scienza e negli affari, e in cui essere una mamma che sta a casa garantisce una copertura narrativa pari a quella di una sperimentazione militare segreta.”

A latere credo sia rilevante osservare, in un momento in cui si discute nei circoli televisivi della parziale (presunta?) dissoluzione del messaggio femminista di Joss Whedon (Buffy, Angel, Firefly), a seguito del suo divorzio dalla moglie e delle accuse di quest’ultima dell’ipocrisia dell’autore, per quanto io personalmente non ritenga che quel messaggio ne sia scalfito, che questi non era la sola campana in favore dell’eguaglianza.

A Helena poi è andato il compito anche di spiegare il titolo della serie. Raggruppata con le sorelle – in un immagine che le fa sembrare moderne “Piccole Donne” - dice che si tratta del titolo del diario che ha tenuto, in cui vengono raccontate le loro storie: tutte loro sono orfane, e Siobhan (compianta, ma presente nella memoria di tutte) aveva un tempo osservato che Sarah era parte di un gruppo di bimbi che erano scoparsi “into the black”, nel buio, nel “nero dell’orfano”, per loro sicurezza. Ora quel buio è dissipato. Alla fine di tutto, quello che viene promosso e che rimane è davvero la sorellanza, con donne che sono un prisma di possibilità, nelle loro diverse incarnazioni e in se stesse, presenti le une per le altre.  

giovedì 12 ottobre 2017

I LOVE DICK: passionale e concettosa


I Love Dick, serie di Amazon portata sullo schermo da Jill Soloway (Transparent) e Sarah Gubbins sulla base dell’omonimo romanzo di Chris Kraus, contiene già nel titolo un doppio senso, per chi non avesse familiarità con l’inglese. Significa infatti tanto “Io amo Dick”, quanto “Mi piace il cazzo”. E in questa ambivalenza è contenuta anche parte del senso della serie.

Chris Kraus (Kathryn Hahn)  - sì, la protagonista della serie si chiama come l’autrice del libro – è una regista femminista e una donna molto indipendente che si trasferisce temporaneamente con il marito Sylvère (Griffin Dunne), uno storico che si occupa di estetica dell’Olocausto, presso una colonia di artisti a Marfa, in Texas. Qui  incontra Dick (Kevin Bacon),  un talento la cui fama è quasi mitologica nella sua comunità – il personaggio è basato su una similare figura del posto, quella di Donald Judd -, un macho egocentrico - si vanta che non legge libri perché ormai lui è “post-idea” - che va in giro vestito da cowboy, ha un atteggiamento condiscendente, è sprezzante delle donne come artiste, e tende ad ignorarla. Lei, fisicamente estremamente attratta da lui, ne rimane ossessionata, e comincia a scrivergli delle lettere d’amore e desiderio, spesso a sfondo erotico, in cui si rivela completamente e si analizza. Con un effetto afrodisiaco, queste missive rinvigoriscono la sua zoppicante intesa sessuale con il marito che in qualche modo le diviene complice, e diventano per lei un’opera d’arte. Inizialmente concepite solo come private, finisce per darle prima a Dick stesso e poi per diffonderle nell’intera cittadina. Alla ricerca di significative rappresentazioni di sé sono anche la drammaturga lesbica Devon (Roberta Colindrez), Toby, che ha studiato pornografia osservandone le forme, e alla sua maniera anche la gallerista di Dick, l’afro-americana Paula (Lily Mojekwu).
    
La serie è un acuto miscuglio di attrazione e repulsione, contemporaneamente assertiva e autodistruttiva, passionale e logica, di una donna nei confronti di un’icona di mascolinità, con tutto quello che rappresenta. Mostra la rabbia di chi, perennemente ignorato e sottovalutato dalla società, fa le capriole per rivendicare il proprio valore. Astraendo, è il femminismo di fronte al muro del patriarcato, è ribellione di fronte alla misoginia. Allo stesso tempo le lettere sono in fondo una scusa perché la protagonista possa indagare se stessa. “Questa non è una lettera d’amore, questo è un manifesto” (1.06), dichiara la protagonista. A volte sa di rendersi ridicola, ma non le importa, presa da una sorta di furia di scoperta. La serie esplora identità di genere,  sessualità e desiderio – a questo proposito particolarmente riuscita è “ A Short History of Weird Girls” (1.05) che si segmenta in una piccola storia sessuale e di desiderio di Chris, Devon, Toby e Paula, con un tono confessionale. L’atmosfera calda di zone desertiche e musiche spagnoleggianti accrescono una sensazione di progressiva disinibizione, che è mentale, prima ancora che fisica.   

L’autrice riposiziona come centrale il female gaze, lo sguardo femminile. Dick si sente umiliato, perché ritiene che Chris abbia indebitamente preso il suo nome, invaso la sua privacy e scritto pornografia su di lui, ed è Sylvère che gli fa notare che è quello che gli uomini hanno sempre fatto alle donne, usandole come muse per la propria creatività. Ambientata nel mondo dell’arte e delle teorie culturali, è una meditazione sul senso di queste imprese, con echi perennemente meta-testuali sulla serie stessa. Quando Toby si mette nuda davanti a una telecamera per una sorta di performance art, come modo per offrire il proprio corpo e il proprio privilegio, i personaggi stessi nella diegesi discutono sul senso di quel gesto, con vari punti di vista, ora definendolo come l’incarnazione della fusione fra accademia, arte e social media, come un bricolage post-moderno di cultura alta e bassa, ora interrogandosi se non sia infliggere il proprio privilegio sugli altri e se non sia per questo irresponsabile, pedestre, non etico, ora proponendo una lettura che lo vede come un esercizio di mutua degradazione di corpi estranei… Se legittimamente ci si chiede se un atto simile sia sovversione e arte o se siano stronzate, la serie non dà una risposta, partecipa a questo dualismo, in equilibrio fra le due possibili soluzioni come su una corda tesa, anche irridendo certi eccessi, o guardandoli con l’indulgenza di chi vi vede irrefrenabili impulsi fuori controllo nell’aspirazione di qualcosa di grande. C’è un sottile umorismo. Ma l’eventuale irrisione non diventa mai disprezzo. Nella sua anima drammatica è frida-kahlo-iana, potremmo dire, ma si celebra, come ha acutamente argomentato Maxinne Swan sul Guardian – la “comic female loser”, la sfigata comica, una figura inusuale e difficile sullo schermo.

Una serie passionale e concettosa.

lunedì 9 ottobre 2017

OSSERVATORIO TV 2017: il libro digitale


È finalmente disponibile online il libro di OSSERVATORIO TV 2017. Lo potete scaricare gratuitamente seguendo questo link: http://www.osservatoriotv.it/Home_Page.html

Io quest'anno partecipo con ben tre saggi, su Jane the virgin, su The Handmaid's Tale e su Westworld, ma in generale è molto ghiotto.

Sotto trovate l’indice. Buona lettura a tutti!



Presentazione di Barbara Maio
Introdozione di Nikki Stafford

Better Call Saul (AMC 2015) Chiara Checcaglini
Big Little Lies (HBO 2017) Elisa Rampone
BoJack Horseman (Netflix 2014) Sara Mazzoni
Deutschland 83 (Sundance Tv 2015) Davide Parpinel
Extant (CBS 2014) Oriele Orlando
Gomorra (Sky Atlantic 2015) Eleonora Degrassi
Hemlock Grove (Netflix 2013) Désirée Favero
In The Flesh (BBC 2013) Daniela Pizzuto
Jane The Virgin (The CW 2014) Giada Da Ros
Jessica Jones (Netflix 2015) Barbara Maio
Narcos (Netflix 2016) Giacomo Tagliani
Rick e Morty (Adult Swim 2013) Gianluigi Rossini
The Get Down (HBO 2016) Paola Ceccarelli
The Handmaid's Tale (Hulu 2017) Giada Da Ros
The Living and the Dead (BBC 2016) Lorenzo Manuel D'Anna
The OA (Netflix 2016) Sara Mazzoni
Twin Peaks (Showtime 2017) Doriana Comandè
Westworld (HBO 2016) Giada Da Ros