lunedì 26 settembre 2011

THE PLAYBOY CLUB: privo di ispirazione


È completamente privo di ispirazione The Playboy Club, la serie sulle conigliette di Playboy ambientata nella Chicago dei primi anni ‘60, che ha debuttato sulla NBC lo scorso 19 settembre. Nel pilot vengono mostrate un po’ le ragazze – Maureen (Amber Heard), Janie (Jenna Dewan), Alice (Leah Renee), Brenda (Naturi Naughton) e la coniglietta-madre Carol-Lynne (Laura Benanti) – anche se non vengono nemmeno messe a fuoco a sufficienza da distinguerle troppo bene le une dalle altre, ad eccezione di bunny Maureen. Nell’insipida prima puntata Maureen viene aggredita da un avventore che vuole provarci, si difende, interviene un altro degli uomini che hanno la chiave del club, il piacente avvocato Nick Dalton (Eddie Cibrian, Sunset Beach, CSI Miami), che la difende. Ci scappa il morto, che purtroppo per lei era un boss della mala – la sua dipartita, lo concedo, è stata originale, lo stiletto di uno dei tacchi di lei gli si è infilato dritto dritto nella carotide. Il resto della scena non ha avuto senso: perché mai, visto che il suo scopo era quello di amoreggiare con la ragazza, avrebbe dovuto continuare ad aggredirla una volta che è entrato un altro uomo? Non mi ha convinto, come molto del resto di questa serie che vorrebbe emulare Mad Men, ma non ci arriva vicino nemmeno per sbaglio, e dove il povero Nick Dalton è già avvilito in partenza dalla critica come un’imitazione mal riuscita di un Don Draper di serie B. La serie è priva di immaginazione, ha un  dialogo piatto e non coinvolge.
Tim Goodman sull’Hollywood Reporter ha messo il dito sulla prima evidente piaga, il fatto che lo show mina alla base quello che strombazza di voler fare, ovvero di voler mostrare il club come un luogo di empowerment femminile. Ora, che lo sia è discutibile – Slate suggerisce di rileggersi un illuminante classico articolo di  Gloria Steinem in proposito, “I was a Playboy Bunny” -, ma non credo che sia necessariamente falso. Certo, dal programma non si evince di sicuro. La prospettiva femminile praticamente non c’è. All’esordio e in chiusura c’è un voice over di Hugh Hefner. Nell’incipit dice che ha ideato un luogo dove tutto era perfetto, la vita era magica e le fantasie diventavano realtà per tutti quelli che attraversavano la porta d’ingresso. Ehm… per gli uomini forse, dubito per quelle che ci lavoravano. E in seguito viene ripreso il concetto dicendo che era il solo posto al mondo dove poter essere chi si voleva essere. Se sei pagato per essere la fantasia di qualcun altro, non direi che puoi essere quello che vuoi. Ad un certo punto della storia, Nick mantiene l’espressione imperturbabile di sempre, ma la Maureen di cui sopra ha la faccia lunga perché ha appunto appena ucciso un uomo e con l’aiuto di Dalton ha fatto un salsicciotto avvolto in catene del cadavere e lo ha buttato in acqua. Una collega le chiede se stia bene. Lei risponde in un qualche modo vagamente evasivo e di tutta risposta la collega le chiede se vuole che le passi un Tampax. Perché chiaramente una donna crede che i soli problemi di un’altra donna siano legati al ciclo mestruale. Questa scena, se ce ne fosse stato bisogno, ha completamente seppellito la serie per me.
Un altro grande problema di questo telefilm ideato da Chad Hodge (Tru Calling) è che in teoria le conigliette dovrebbero rappresentare una fantasia maschile appagata, in qualche maniera, ma da qui non si direbbe. Per prima cosa, non ci sono sessualità e sensualità. La serie non solo non mostra nulla, cosa che può anche ben essere una scelta estetica legata anche all’epoca messa in scena,  ma nemmeno ammicca. Se dovessi basarmi sui primi 45 minuti direi che queste conigliette non fanno altro che servire ai tavoli, cantare e vendere sigarette. Che cos’è che le rende speciali? Che cosa fa sì che siano una specie di sogno desiderabile? Non solo non c’è prospettiva femminile, non c’è nemmeno prospettiva maschile in questo senso. In che cosa consiste quel quid che le rende un modo a parte? Personalmente non ho mai avuto simpatia per l’immagine di quello che rappresenta la coniglietta di Playboy. Trovo deliziosamente seducente, anche nella sua vaga innocenza, il look con le morbide codine pelose tonde e il cerchietto con le orecchie che mi fanno molta simpatia, ma l’idea che ho è quella di ragazze giovani, belle, formose e disponibili che come solo altro requisito devono non dico essere (non credo che lo siano necessariamente), ma sicuramente sembrare oche. Da un punto di vista intellettuale, una bunny me la figuro insomma come una sorta di anti-geisha. Questa è la mia idea, che magari è uno stereotipo falso – l’articolo della Steinem ad esempio, in parte lo conferma, in parte lo smentisce. Se non corrisponde alla realtà, vorrei sapere: qual è invece l’ideale incarnato dalle conigliette? Se invece corrisponde alla  realtà, vorrei sapere: che cos’è che cercano gli uomini in una donna di questo tipo, che tipo di desiderio appaga? In che cosa consiste appunto la fantasia? La serie non solo non risponde alle domande, nemmeno se le pone. Manca eccitazione.
Perfino l’idea che queste ragazze costituiscono una sfida ai mores sessuali dell’epoca e magari aiutano a rivoluzionarli manca completamente. Niente è problematicizzato, e non intendo lo star lì con aria metidabonda a riflettere sulle questioni della vita, ma lasciar intendere che c’è qualcosa dietro alla facciata. Ho contato tre volte - ma magari sono meno o più, non ci metto la mano sul fuoco – in cui viene menzionato il fatto che le ragazze devono sorridere. Un sorriso: bastava una cosa come questa, che ci fosse una delle bunny che non avesse voglia di sorridere e che in qualche modo facesse capire che le toccava farlo lo stesso, che il suo mondo non era tutto una favola, che il fatto di guadagnare tanti soldi aveva un prezzo. Non c’è alcuna emozione, alcun coinvolgimento invece.
E non parliamo nemmeno dell’epoca messa in scena, rappresentata in modo completamente inverosimile: Brenda è una coniglietta nera, la sola nell’ambiente, che ha meno problemi nei rapporti coi bianchi di quanto probabilmente non ne avrebbe nel 2011. Aspira al paginone centrale di Playboy e, indicando le sue generose tette, dichiara che contro di quelle non si discrimina. Magari. Temo proprio che la realtà fosse ben diversa. All’epoca in cui è ambientato il telefilm non sono passati nemmeno 10 anni dalla sentenza Brown v. Board of Education e del superamento della vincolatività di Plessy v. Ferguson, ovvero dalla fine ufficiale della segregazione razziale. E Dalton a un certo punto fa una battuta a senso omoerotico verso un altro del club. Direi che non era proprio un’epoca in cui fosse così liberi in questo senso. Il qualche caso direi che non lo si è ora, figurarsi negli anni ’60. The Playboy Club insomma non ha nemmeno i requisiti minimi indispensabili per essere vagamente accettabile.         

1 commento:

  1. concordo con gran parte di quanto dici, però la presenza di amber heard me l'ha fatto piacere abbastanza comunque. ma in questo caso l'obiettività è andata a farsi benedire :D

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